Gemellopoli - La città dei gemelli e delle gemelle

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Gemini

Gemini - Un racconto di Grazia Musumeci
L’eco del rombo di quel motore rimane ancora sospeso nell’aria. O forse sono solo io che lo sento. Forse è rimasto impresso nel mio cervello, come un graffio sanguinante…e continuerò a sentirlo per sempre. Non ha frenato, non ne aveva motivo. Quello non lo ha proprio visto mio fratello! Nemmeno mentre rimbalzava sul parabrezza della sua auto. E come poteva, dannato bastardo…aveva gli occhi e la mente annebbiati dall’alcool! Non l’ho mai capito, mai…! Perché diavolo bevono prima di mettersi alla guida? Perché diavolo bevono, in generale? Guardalo! Questo corpo immobile è mio fratello, il mio gemello! Guardalo, gran figlio di puttana! Sto soffiando nei suoi polmoni, mentre qualcun altro…un perfetto sconosciuto…affonda ritmicamente le mani nel suo petto, per far ripartire il cuore. Scendi da quel che resta della tua macchina maledetta, e guarda cos’hai fatto!

Che succede? Stavo camminando per i fatti miei…ascoltavo musica nella cuffia del walkman, mentre percorrevo il marciapiede che fiancheggia il parco del mio quartiere. Per un attimo ho sentito dolore, un dolore così forte che mi è sembrato di non poter più respirare. Non so quale parte del mio corpo mi facesse tanto male, sapevo solo che non riuscivo a resistere. Volevo urlare…ma non ce n’è stato bisogno. Improvvisamente, tutto è finito. Il dolore, la fatica del cammino, la musica. Sono così leggero…c’è un tale silenzio, una tale quiete. Dove mi trovo?

“Non te ne andare, non te ne andare, non te ne andare…” è la preghiera che ripeto automaticamente ogni volta che appoggio le mie labbra sulle tue e ci soffio dentro questo misero alito di vita. Non morire! Non così! Non senza di me! Abbiamo iniziato questo cammino insieme, diciotto anni fa…eravamo abbracciati nel ventre di nostra madre, eravamo abbracciati anche prima, in qualche altra dimensione, prima che la cellula di dividesse per dar vita a due esseri solo in apparenza distinti e separati. Come si può davvero essere “distinti e separati” quando si ha lo stesso viso, lo stesso corpo, la stessa espressione quando si sorride, la stessa camminata, lo stesso modo di pensare? Siamo gemelli, se muori tu muoio anch’io. Respira! Respira, ragazzino! Resta con me…ti prego! Oppure torna a prendermi più presto che puoi!

C’è una scena sotto di me, ai miei piedi. Non capisco ancora dove mi trovo, ma sto in alto…più in alto di tutti…e laggiù vedo gente china su un corpo immobile. Sono io! E’ il mio corpo…riconosco i vestiti! Sono svenuto? Sono morto? E come mai non provo né paura né stupore? Però sento una strana pesantezza qui sul cuore…cioè, se avessi ancora un corpo e un cuore. Come posso descriverla? E’ quella sensazione di tristezza assoluta, che si prova quando si vede qualcuno soffrire e non si può far nulla per aiutarlo. E io so che è mio fratello, il mio gemello, che soffre così. E’ questo dolore immenso che mi tiene legato a questo luogo sospeso, alla scena che si svolge ai miei piedi. Altrimenti, sarei già andato via…si sta così bene qui.

“Vai!” mi urla l’uomo che sta praticando il massaggio cardiaco. E io “vado”. Soffio, soffio, e prego che tu viva di nuovo…mentre il tuo sangue continua a macchiare la manica della mia camicia. Ascoltami, ti racconto una storia. Non te ne andare, stai attento. Questa è la nostra storia! E’ iniziata secoli fa, quando gli antenati di nostro padre giunsero su questo continente in catene, condannati ingiustamente per un reato che più che “furto” si chiamava “fame”. E lavorando duramente questa terra rossa riscattarono il loro debito con la Madrepatria…che li perdonò e concesse infine loro di tornare. Ma essi non tornarono più. Decisero di ricominciare da zero, qui, in mezzo a queste foreste, a questi animali strani…qui, nel sud dimenticato del pianeta, crearono un mondo nuovo e una nuova famiglia.

Quell’uomo che preme disperatamente le mani sul mio petto non lo conosco affatto, ma so che sta cercando di riportarmi laggiù, là dentro, nel mio corpo…di nuovo in vita. Non so se ho voglia di tornare. Ma vedo mio fratello che mi parla…e io non sento cosa dice. Vorrei tanto sentire la sua voce!

Sei sempre qui, vero? Non te ne andare, resisti! Ascoltami ancora…non ho terminato. La nostra storia parte anche dall’Italia, in un passato più recente: era l’immediato dopoguerra, quel periodo di silenziosa devastazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale. Loro, i genitori di nostra madre, erano sposati da poco…e non avevano nulla, nemmeno più lacrime per piangere. Ma avevano fede e voglia di ricominciare. Fecero ogni lavoro disponibile, anche a costo di insulti e di terribili umiliazioni…e quando nacquero le loro bambine, la maggiore prima e nostra madre poi, arrivarono perfino ad averne due di lavori,e ad ammalarsi per la troppa fatica. E tuttavia i soldi non bastavano mai. E così, col cuore a pezzi, salirono con le figlie su una nave e giunsero fin qui…a subire nuove umiliazioni, a sentirsi insultare in una lingua diversa, ma almeno facendo lavori più decenti e con stipendi decenti. E anche loro ricominciarono da zero. E anche loro costruirono una nuova famiglia.

All’improvviso sento benissimo quello che dice mio fratello. E’ la storia della nostra famiglia! Ascolto con interesse, anche se non riconosco la sua voce…mi sembra strana, più invecchiata. E d’un tratto capisco che non è lui che parla. Accanto a me vedo mio nonno, il padre di mio padre, che è morto oltre dieci anni fa. Mi sorride e continua a parlare. Sta traducendo per me ciò che non posso sentire, perché il linguaggio di questo mondo non è quello del mondo comune.

I nostri genitori si incontrarono per caso, presentati da amici, quando erano poco più che ragazzini. Non so se scoccò subito la scintilla…certo è che ci fu subito un “qualcosa” di speciale, e che a lei piaceva avere per amico quel giovane biondo e divertente…così come lui non riusciva facilmente a staccarsi da quella dolce ragazza bruna. Si sono fidanzati senza nemmeno accorgersene. E lui un giorno le ha chiesto di sposarlo di fronte all’oceano. Erano marito e moglie da poco più di un anno, quando in una calda notte d’estate siamo nati noi due. E non furono giorni facili perché…almeno così raccontano…tu eri incredibilmente fragile e rischiasti di morire più di una volta, nelle prime tre settimane della nostra vita. Ma, pur così piccolo, hai lottato e sei riuscito a sopravvivere e a crescere sano, forte, bello. Ieri abbiamo compiuto diciotto anni…mio Dio, Signore! E’ così poco, così presto! Non ti permetterò di andartene via a diciotto anni!

Qui l’età non conta…non esiste il tempo. Qui sei semplicemente tu, senza date, senza scadenze. Qui non c’è dolore, non c’è rabbia, non c’è odio. Ma questa tristezza non mi abbandona, e rende pesante la mia anima, impedendomi di lasciarmi andare. Forse non voglio lasciarmi andare, anche se so che qui si sta così bene. Non so se potrei godermi davvero questa dimensione da solo… Guarda laggiù, Dio…quello è il mio gemello. Lui è la parte mancante, lui mi completa, perché con lui ho sempre viaggiato. Lui non può seguirmi qui…ma io posso ancora tornare. Lo so che una volta laggiù sentirò dolore, lo vedo il mio corpo com’è ridotto. So che tornerà l’odio per chi così mi ha ridotto. Ma so che posso affrontare tutto questo, se mio fratello è con me.

Quell’uomo si ferma all’improvviso. La pressione continua che ha esercitato fin’ora con le mani sul tuo petto, quasi spezzandolo con la sua forza, si interrompe di punto in bianco. Dice poche parole: “Sento il battito…lo sento…si riprende!” Mi dice di continuare la respirazione bocca a bocca, ma io avevo già ricominciato. Un ultimo sforzo, piccolo…impara di nuovo a respirare. Così, torna da me! Coraggio! Così!

Ho sentito come un peso di piombo sul petto…ho di nuovo un petto. Ho di nuovo un corpo. E’ stato come precipitare, e sono atterrato in un mondo di dolore. Un attimo dopo sono di nuovo fuori, in alto, lontano dalla scena…Troppo difficile, mi fa male dappertutto, là sotto c’è solo sofferenza!

Ti ho sentito tremare per un secondo, sotto le mie mani. Ho visto le tue palpebre vibrare debolmente…lo so che ce la puoi fare! Io non ti lascio finché non torni! Io non ti lascio! Respira, coraggio, respira….ti prego!

Lui non mi lascerà mai andare. Io non sono sicuro di voler davvero andare…senza di lui. Mi muovo vorticosamente verso il basso, precipito. Sto tornando! Aiutami, ti prego!

Le tue labbra si aprono, affamate di aria. Sento il tuo sforzo, il tuo stentato respiro. Bentornato, fratellino! I tuoi occhi si aprono debolmente…mi guardi, ma non sono affatto certo che riesci a vedermi. E’ uno sguardo nel quale mi specchio, e ti sorrido. Le tue palpebre si chiudono di nuovo, ma respiri da solo, e nel tuo petto battono i colpi della vita. Ti tengo per mano, mentre ti caricano sull’ambulanza. Mi dicono che è meglio che non venga con loro…ma col cavolo! Siamo gemelli! Dove vai tu, vado io. La nostra avventura, grazie al Cielo, continua.

Com’è pesante questo corpo, com’è straziato…e quanto male sento, dappertutto! Ho di nuovo i polmoni, fatico a tirare su l’aria ma ci riesco. Devo aver riaperto gli occhi, perché vedo il mio gemello così vicino…! Vorrei abbracciarlo, parlargli, sorridergli…ma riesco solo a fissarlo per un po’. Poi il dolore che sento è troppo e perdo conoscenza di nuovo, ma so che non tornerò più in quell’altra dimensione. L’ultima sensazione che provo è quella della sua mano che stringe forte la mia…e so che finché lui continuerà a tenerla così, non potrò morire.

Grazia Musumeci ha 32 anni e vive in provincia di Catania, è laureata in lingue e lavora come insegnate, traduttore e interprete. I suoi hobby sono la scrittura e dipingere. Sta portando a termine un romanzo su due gemelli identici, ambientato in Australia e da cui questo testo, che abbiamo pubblicato, è ispirato.


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